you get everything
Mash-up promozionale da me realizzato per Getty Images, nell'ambito del contest indetto da UserFarm (scadenza 10 febbraio)
http://www.userfarm.com/video/26731/you+get+everything
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1 The Walking Dead
Credevo fossero bastati trent'anni di cinema sui morti viventi per dire tutto e il contrario di tutto sugli zombies: città infestate, avamposti militari abbandonati, metropoli semidistrutte, centri d'accoglienza mai esistiti, improbabili messaggi radio che si perdono nel nulla. Ad alimentare la sensazione di "già visto" il pilot comincia esattamente come "28 giorni dopo" di Danny Boyle, col protagonista - uno sceriffo - che si risveglia da un coma e si rende conto di aver vissuto la fine del mondo su un lettino di ospedale, attaccato a delle macchine che non funzionano più. Rick Grimes è l'unico essere umano in quasi un'ora di puntata. Attorno a lui solo morte e macerie. E un cavallo con cui raggiungere Atlanta.
2 True Blood
True Blood è sempre meno trash ed è sempre più fantasy. Perde un po' di quel fascino gotico dei primi anni, ma è sempre irresistibile. L'umorismo è, per fortuna, meno "rosa" e inconcludente e sempre più nero e sardonico. Tutto il merito di questa stagione non sta tanto nell'aver introdotto i licantropi e le fate come espediente narrativo, ma nella presenza di uno dei migliori personaggi di tutti i tempi: Russel Edgington, il re vampiro del Mississipi, una sorta di Dracula mefistofelico e assolutamente imprevedibile, che incarna il male assoluto con incredibile eleganza e educazione. Sorprendente e inquietante.
3 24
Hanno scelto di non far morire Jack Bauer. Scelta saggia: mezzo mondo sarebbe sceso in piazza. Dopo otto anni, 24 ha spento i riflettori. Kiefer Sutherland ha dato vita ad uno dei più controversi, taciturni e super-eroici personaggi della storia della fiction televisiva, con un religioso spirito di sacrificio e una propensione al bene collettivo talmente iperbolica che se ne potevano uccidere due per salvarne dieci. Girata in tempo reale, con un senso del ritmo e dell'azione che non si vedrà più da nessuna parte, 24 ha rivelato i meccanismi politici e diplomatici che alimentano la rete di comunicazione tra la Casa Bianca e il resto del mondo. The Event sta cercando di imitarla, ma non è il caso.
4 Persons Unknown
Sette persone si risvegliano in un hotel con la chiave della stanza in un cassetto del comodino e telecamere installate agli angoli dei corridoi. L'hotel è deserto, a parte un team di cuochi e camerieri cinesi e il portiere di notte. Nessuno sa niente, anche perché, fuori, per strada, non c'è anima viva. Una città fantasma immersa nel nulla. Sembra un po' The Cube, un po' Saw, e lo spettatore è già pronto a vederli morire uno a uno. In realtà non succede quasi niente fino alla fine, ma le atmosfere restano indimenticabili. Nessuno è buono o cattivo, e tutti iniziano a dubitare di tutti. Viene fuori un po' di Lost, ma senza quegli insopportabili discorsi filosofici. Stilisticamente è una serie atipica: gran parte delle scene sono filmate attraverso le telecamere di sorveglianza. Qualche cenno evitabile di cospirazionismo politico, che inizia a trasparire dalle ultime puntate, limita la libera interpretazione dello spettatore e scivola nel didascalismo, ma il cliffhanger finale è degno di nota.
5 Boardwalk Empire
Steve Buscemi diretto da Martin Scorsese è il regalo della HBO di questo autunno. La puntata che chiude la stagione, andata in onda domenica scorsa, è omaggio natalizio di cui essere riconoscenti, in attesa della prossima stagione. La serie è bellissima ma leziosa e lambiccata fino alla nausea. Si ha come la sensazione che siano stati messi in campo tutti gli elementi preparatori al botto di capodanno, senza innescare la miccia. E ci sono tutti i presupposti perché l'anno prossimo la serie faccia il botto, ma se non riuscisse ad accendersi?
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Lo dico subito: per fortuna si è dato al cinema. Il suo è un duplice merito: 1 lascia il gruppo alla deriva, con la seria speranza che chiuda; 2 fa un bel film. Shadow è uno spettacolo interessante, a metà tra un film americano e un film europeo. La prima parte è una sintesi trita e ritrita di almeno dieci anni di cinematografia horror statunitense sui boschi (da L'ultima casa a sinistra passando per Wrong Turn, Cabin Fever, Backwoods, Un tranquillo weekend di paura). Funziona benissimo. Due ragazzi che fuggono in sella alle mountain-bike per almeno venti minuti, inseguiti dai soliti bifolchi deformi e filo-nazisti con ferocissimo cane a supporto. Poi la catena si spezza, e la vicenda cambia. Il film diventa una sorta di Martyrs edulcorato, con un bel finale che ricompone tutti i pezzi e, soprattutto, con un cattivo favoloso, uno dei migliori in assoluto, interpretato magistralmente dal mimo Nout Arquint.
Shadow
Un film di Federico Zampaglione. Con Karina Testa, Jakie Muxworthy, Nout Arquint
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Intendo dire, dietro la macchina da presa. Farà accomodare qualche studente di cinema, cineasta alle prime o seconde armi che abbia sgobbato notte e giorno sui testi e passato tutti gli esami di regia del Centro Sperimentale. Gli dice devi fare questo, devi fare quello. Mi raccomando. Una sorta di esame finale con veri attori, veri macchinisti, veri assistenti di produzione e veri direttori della fotografia. Lo studente ce la mette tutta per dare al film un'impronta quanto più possibile "argentiana". Non sempre ci riesce. Può darsi che questo Giallo sia stato diretto da un tirocinante poco attento ai dettagli e timoroso del risultato. E può darsi che Dario Argento non abbia avuto neanche il tempo di verificare il prodotto finale. Dev'essere senz'altro così. Non si spiegherebbe, altrimenti, il divario abissale - quasi imbarazzante - tra questo film e un altro a caso. Dite un nome. Tenebre? Nettamente superiore. L'Uccello dalle Piume di Cristallo? Non ne parliamo neanche, quello era un capolavoro. Persino Opera, Trauma e La Sindrome di Stendhal sono monumentali, se paragonati a Giallo. Probabilmente sarebbe il caso di rivalutare filmacci come Il Fantasma dell'Opera e Il Cartaio, pur di non parlare male di Giallo. Sarebbe troppo semplice. E imbarazzante.
Giallo
Un film di Dario Argento. Con Adrien Brody, Emmanuelle Seigner
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E' questo l'immediato concetto esistenzialista che resta nella memoria - la nostra scatola cranica - dopo aver visto The Box, l'ultimo film di Richard Kelly, regista di grandi promesse e di alterne fortune, osannato per il successo di "Donnie Darko" e spedito al tappeto qualche anno dopo per l'incredibile "Southland Tales - Così finisce il mondo", miscela di stile e talento, ostentazione e spreco. Un grandissimo Frank Langella muove le fila di questo mistery-thriller dai primi venti, venticinque minuti quasi perfetti: è lui, con il volto orribilmente sfigurato, a consegnare una scatola alla famiglia Lewis, un meccanismo dalla forma sinistramente piramidale con un pulsante rosso in cima, la cui eventuale pressione scatenerà due fatti incontrovertibili: qualcuno, da qualche parte del mondo, morirà e la famiglia Lewis riceverà un milione di dollari in contanti. Tax free. L'accordo è spiegato con impassibile autocontrollo dal misterioso Langella (Arlington Steward nel film), che si muove con i gesti calcolati e imperturbabili da artefice del mondo, un demiurgo mefistofelico rigido e sinistramente autorevole, avvolto com'è in quel cappotto scuro. Sarebbe stato semplice calare tutto questo mistero nel freddo di un inverno gotico e monocorde, e invece, in pieno stile Richard Kelly, una scenografia sfarzosamente anni settanta avviluppa i protagonisti in un Natale psichedelico e allucinogeno, impacchettandoli in una carta da parati le cui geometrie sembrano rubate da quelle di Victor Vasarely. Il dubbio si insinua nello spettatore, che partecipa con angosciata commiserazione alla caduta verticale delle aspettative di vita di Norma (Cameron Diaz) e Arthur (James Marsden) Lewis: a lei viene comunicato l'aumento delle tasse scolastiche, a lui una brusca interruzione di carriera. Cosa fare col pulsante? E' possibile convivere con il senso di colpa di aver provocato la morte di uno sconosciuto? Nel cuore di una irrequieta e tesa riunione domestica viene presa la decisione. Da lì in avanti il film cambia registro, e da mistery-thriller si fa thriller cospirazionista, fantascientifico, un impasto poco chiaro tra "X-Files" e "Ai confini della realtà", anche se non mancano sequenze magistrali (su tutte il Babbo Natale col campanellino nell'unica scena d'azione del film). Un film irrisolto, che mette in luce ancora una volta pregi e difetti di un autore che incredibilmente, già a 26 anni, aveva raggiunto l'apice della carriera a carriera non ancora iniziata, firmando un capolavoro - Donnie Darko - che è oggi soprattutto un fardello artistico e stilistico inesorabile con cui fare i conti ogni volta. Ci ha provato, questa volta, adattando un racconto ("Button, button") di Richard Matheson, con risultati ambigui e imprevisti. Poteva fare di più.
The Box
Un film di Richard Kelly. Con Cameron Diaz, James Marsden, Frank Langella
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Adesso che avete visto l'ultima puntata di Lost, e avete pianto, e avete stretto il cuscino tra le braccia masticando nervosamente un chewing gum a bocca aperta e occhi sgranati, e avete sentito quella strana sensazione di aver perso qualcosa, come se aveste accompagnato con lo sguardo l'ultimo viaggio di un vostro caro amico, tra lo stupore e lo sconforto di chi sa che non lo rivedrà mai più, adesso che avete provato tutto questo tirate un forte respiro e fermatevi un attimo a pensare: siete stati vittime di un'alchimia meravigliosamente riuscita, costantemente al centro di un percorso emotivo perfetto, tutto teso a debilitare - in modo definitivo - la pretesa crescente che quella sconfinata serie di domande dovesse avere, prima o poi, una risposta. Dopo tre splendide stagioni gli autori di Lost hanno iniziato a naufragare in una costellazione di cose speciali disseminate ovunque, in un rincorrersi di espedienti improbabili - ma riuscitissimi - con i quali erano soliti concludere ogni puntata. Lost è stata forse la celebrazione più smaccata e plateale di quello che Hitchcock chiamava il MacGuffin, cioè il dettaglio oscuro e impalpabile con cui drogare lo spettatore calandolo nella nervosa illusione che, un giorno, tutto sarà chiaro. I numeri 4, 8, 15, 16, 23 e 42 stampati praticamente ovunque, in serie e singolarmente, e al centro degli intrighi e dei misteri di quattro o cinque lunghi anni, erano ormai parte di un meccanismo narrativo talmente imperfetto che la risposta non poteva essere che una: nessuna. Lost è stato anche l'apologia del cliffhanger, termine che gli alpini conoscono bene come "il restare appesi", e che il cinema si è magistralmente appropriato nell'inscenare un'improvvisa interruzione degli eventi in seguito ad un colpo di scena ben assestato. E' l'espediente che ci ha fatto restare a bocca aperta (con il cuscino tra le braccia) per sei incredibili stagioni, una presa per il culo dolcissima e - inutile negarlo - grandiosamente orchestrata. Gli autori, in piena e stravolgente crisi creativa - dopo essersi impelagati nell'indimenticabile fango dei numeri, degli esperimenti sui bambini, delle botole, dei pulsanti, dei 108 secondi, dei graffiti, delle statue egizie, degli orsi polari, dei cavalli, delle crisi magnetiche, delle statuette piene di cocaina, delle portaerei, dei ritorni al futuro, dei sussurri, delle epidemie, delle quarantene e delle strane voglie di un vecchio miliardario di impossessarsi dell'isola - forse per godersi la pensione? - hanno spazzato via da quest'ultima, struggente e splendida puntata tutte le altre 121 e hanno fatto l'unica cosa che restava da fare. Hanno mostrato il cuore. Il cuore dell'isola, quel fascio magnetico di luce olografica, è il cuore dei losties, dei sopravvissuti, di Jack e Kate, Sun e Jin, Sawyer e Juliet, di Desmond e Penny, di Charlie e di Claire e di Boone e di Shannon e di Sayid, Ben e Locke. E' il cuore di chi sa che, adesso, dovrà andare oltre. Moving on, dice Christopher. Dovremo andare avanti. Ma dove? Come i losties, non lo sapremo mai.
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Tutto inizia con Scamarcio che torna da Roma. La sua famiglia è una di quelle famiglie che se la gode da secoli. Quelle che fanno numero sui modelli ISTAT annuali delle piccole e medie imprese. Pastai da generazioni a cui manca solo la colonna sonora della Barilla. Autenticamente terroni ma pur sempre brave persone. Scamarcio torna a Lecce perché suo padre vuole passare l'azienda ai due figli. L'altro figlio è Alessandro Preziosi, principe delle fiction da uncinetto e, soprattutto, conte nell'interminabile telenovela "Elisa di Rivombrosa". Succede che a Scamarcio non interessa trafilare al bronzo i rigatoni: vuole, in realtà, dichiararsi gay alla sfarzosa e matriarcale famiglia e tornare a Roma per fare lo scrittore. Segue omesso colpo di scena per rispetto ai futuri, sfortunati spettatori. L'ultimo film di Ferzan Ozpetek è più vagante che mina. Non sa essere davvero esplosivo quanto servirebbe nel tinteggiare il contrasto tra parenti benpensanti e l'avanguardia dei rapporti promiscui. Una carrellata di froci e di checche decora la già lussuosa casa padronale strappando qualche sorriso tra gag più o meno riuscite e canzoni cantate davanti allo specchio. Donne sull'orlo di una crisi di nervi perché figli e nipoti sono omosessuali. Un perbenismo debordante che Ozpetek critica senza nessuna mala educación, senza passione né sangue, consegnando al cinema italiano l'ennesima sfilata di caricature imbalsamate. ¿Qué he hecho yo para merecer esto!!
Mine Vaganti
Un film di Ferzan Ozpetek. Con Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo
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Invece ho assistito a 1) la solita, funambolica, ma stranamente irrigidita interpretazione di Johnny Depp: un po' sotto le righe, a dire la verità, perché in mezzo a tutto quel trucco fai fatica persino a riconoscerlo. 2) un caleidoscopio di scenografie coloratissime ma decisamente troppo bucoliche. 3) l'ennesima dimostrazione che gli effetti speciali non hanno ormai più alcun limite se non l'immaginazione. Tim Burton rilegge la favola di Lewis Carrol ispirato al contratto appena firmato con la Walt Disney Pictures. Che errore. Persino il cartone animato (1951) era più burtoniano di quest'ultimo, sfibrato viaggio nel paese delle meraviglie. Non tutto va buttato via, in verità: il Ciciarampa, il Grafobrancio, il Cappellaio Matto che è un chiaro omaggio a Beetlejuice (incluso il balletto finale), la Regina Rossa col capoccione irresistibile di Helena Bonham Carter e uno Stregatto che è probabilmente il miglior stregatto della storia di Alice. Il resto è una strada diritta senza sussulti, senza deviazioni. Tim Burton ci aveva abituato a non avere paura del buio, a rivalutare l'oscurità e la malinconia, a dare una chance ai reietti, ai disadattati, ai personaggi borderline. Ci aveva trasmesso l'amore per il diverso: la sua poetica, sempre anticonvenzionale e fortemente visionaria, comunica una costante diffidenza nei confronti della retta via. La scelta più facile da prendere è guardata sempre con circospezione: il presentimento che la cosa giusta sia, tutto sommato, meno allettante di quella sbagliata è una costante di ogni suo capolavoro. Il problema di Alice in Wonderland sta tutto qui: nessun bivio, nessuna opzione. Alice, anziché esitare di fronte alla prassi, ne è irresistibilmente attratta. Il cartone animato la risucchiava in un vortice psichedelico di freak maliziosamente e astutamente cordiali, sovraeccitati, quasi affatto minacciosi. I personaggi del paese delle meraviglie burtoniano, invece, sono mansueti e obbedienti, incredibilmente simpatici e caritatevoli. Persino la Regina Rossa (già "di Cuori") appare come una vera filantropa. Il suo "tagliatele la testa!", vero incubo disneyano dalla carica sanguinaria, è adesso uno smorzato e umile brusio sussurrato senza alcun carisma, ma con una certa bizzarrìa comica da avanspettacolo per bambini.
Alice in Wonderland
Un film di Tim Burton. Con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bohnam Carter.
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Siamo negli anni '50 e Leo e il suo partner, Mark Ruffalo, indagano sulla sparizione di una paziente dal manicomio criminale di Shutter Island. La paziente è fuggita da una cella chiusa con sbarre alle finestre e inservienti, infermieri e addetti alla sicurezza a pattugliare i corridoi. Impossibile per chiunque. La paziente è come "volatilizzata". Il mistero incalza e Leonardo DiCaprio inizia gli interrogatori. La sua è una matita impazzita che prende nota di ogni dettaglio su un taccuino malmesso. Nei padiglioni del manicomio sono trincerati pericolosi assassini dagli sguardi persi nel vuoto e, ai piani alti, lo scienziato pazzo (Ben Kingsley) e il suo collega (Max von Sydow) non sembrano voler collaborare più di tanto, persi tra agghiaccianti drink davanti al caminetto e teorie filonaziste su farmacologia e lobotomia. Nel frattempo, l'isola sembra essere morfologicamente perfetta per dare il via alla classica discesa negli inferi: c'è un faro avvolto dalla foschia ai piedi di una scogliera dalla fisionomia spaventosa su cui si infrangono acque impazzite. Un uragano costringe i due malcapitati agenti a restare sull'isola più del dovuto. Lontano dalla terraferma. Soprattutto, lontani dalla realtà. Pensate a quanto sarebbe andato sprecato tanto materiale in mano a qualche improvvisato regista de paura. Martin Scorsese, in trent'anni di carriera, non ha mai familiarizzato con i colpi di scena. Perciò, più che sedurre lo spettatore con il facile prontuario di effetti speciali (suggeriti, invece, dal trailer e soprattutto dalla locandina, colpevole di aver portato al cinema un'ordata di ragazzini a caccia dell'horror da drive-in) gioca tra le linee del film psicoanalitico e il thriller gotico con mestiere. Rielabora i cliché attingendo, divertito, persino dalle ghost-story orientali. E mette in scena un impianto onirico assolutamente straordinario (su tutte la sequenza dell'ufficiale nazista ripreso dall'alto mentre centinaia di fogli di carta volteggiano ovunque) lasciando che tutte le certezze, i presentimenti e i dubbi di Leonardo DiCaprio vengano spazzati via sulle note della Passacaglia di Krzysztof Penderecki, in un doppio finale che rinuncia volutamente a sbalordire lo spettatore, svelando l'arcano con una semplicità quasi irritante. Shutter Island è un film che interrompe la corrente dei thriller furbacchioni, quelli dei mille dettagli, della pletora di indizi irrilevanti, della messa in scena volutamente incomprensibile, del disordine somministrato a poco a poco: un meccanismo collaudato che funge da preliminare necessario all'immancabile colpo di scena finale di cui si nutre lo spettatore da ormai quindici anni a questa parte (più o meno da "I soliti sospetti" in avanti). Scorsese, invece, non concede nulla e il pubblico va in crisi di astinenza. E così, mentre Leonardo DiCaprio precipita nel suo delirium tremens la platea, impreparata, inizia ad accusare i sintomi della brusca privazione dal film ad effetto, stramazzando nel cartone dei pop-corn.
Shutter Island
Un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley.
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E' la prima sequenza del film: il corteo di auto che regala la libertà a Nelson Mandela dopo ventisette anni di carcere sfreccia lungo l'assolata striscia di asfalto che divide i campetti di allenamento di rugby dalle baraccopoli in cui giocano a calcio i bambini di colore. E' una scena fortemente simbolica che anticipa il tema del film: io, Mandela userò la passione per lo sport come unico, assoluto mezzo di unificazione nazionale. Perdoniamo l'elite bianca e minoritaria che ci ha fatto spaccare le pietre fino a domenica scorsa: adesso si gioca a rugby e, grazie alle mie serafiche parole e il mio imperturbabile sguardo, dei brocchi verranno trasformati in campioni, e quarantadue milioni di sudafricani di ogni sfumatura di grigio impazziranno nel vederli alzare al cielo la Coppa del Mondo. Così inizia e si conclude Invictus di Eastwood, l'ultimo grande stilista personale di Morgan Freeman, a cui ha realizzato su misura la foggia della consacrazione con la bravura dello studente secchione. E dallo svolgimento scaturisce tanta di quella retorica che il film appare più come uno splendido saggio da ultimo anno di accademia che come il capolavoro che ci si aspettava. La cosa incredibile, e un po' grottesca a dire la verità, è che Morgan Freeman ha voluto interpretare il personaggio della vita, Nelson Mandela, in un film che non è un film su Mandela. E che, quindi, finisce per non essere neanche un film su Morgan Freeman. Il quale, sondaggi e rumors alla mano, vede scemare ogni giorno che passa le possibilità di una reale vittoria agli Oscar (Colin Firth e Jeff Bridges appaiono imbattibili). Cosa si salva, dunque, di questo film? Due cose senza alcun dubbio: un Matt Damon vibrante e grintoso, prototipo/stereotipo perfetto del giocatore di rugby, e uno stadio di sessantamila persone che finisce per essere, nel lungo match finale, una vera e propria estensione della sala cinematografica. Lo spettatore si trasforma in tifoso e, tutto sommato, si commuove anche questa volta. Ma all'uscita dallo stadio-cinema, nonostante la vittoria sugli All Blacks, resta l'amara sensazione di aver perso qualche punto in classifica, pensando a quel capolavoro che era stato, al girone d'andata, Gran Torino.
Invictus
Un film di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Matt Damon.
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